Vent’anni

gabbiano

Questa settimana abbiamo ricevuto un contributo da Lorenzo, un ragazzo di vent’anni .

Uno come tanti. Un contributo toccante come una commossa riflessione a caldo per un amico che non c’è più. E la morte, si sa porta spesso a ragionare sul valore della vita. Forse sopravvalutato perché in fondo siamo solo di passaggio. Forse, come dice Lorenzo una questione di fortuna. O più semplicemente uno dei tanti valori che percepiamo nel loro peso proprio quando ci vengono a mancare. Però qui noi dobbiamo parlare di valori sulla base dei quali costruire l’Italia che vogliamo. E quindi ci siamo posti la legittima domanda se la vita come valore in tal senso non fosse un po’ troppo ampio e tutto sommato un imprescindibile presupposto. Ma qualcosa ci stava sfuggendo. Qualcosa che stava nello spazio tra una parola e l’altra. Qualcosa che, senza essere detto da Lorenzo, noi abbiamo percepito come un grido. Perché dietro l’acuta riflessione di Lorenzo sulla vita c’è il valore di “avere vent’anni”. Che è l’energia della prospettiva, del mettersi a rischio. L’utopia dell’immortalità, dell’invincibilità a cui non ci si arrende neppure quando l’evidenza ci dimostra il contrario (Tommaso, nelle parole di Lorenzo non è morto. Avrà semplicemente vent’anni per sempre). Poi c’è la rabbia (di quella che cambia le cose), la sana ostinazione dei propri principi e la responsabilità di scelte grandi da fare. E tutta la vita davanti. Per questo abbiamo deciso di riportare qui, la testimonianza di Lorenzo. E di accogliere la riflessione che, implicitamente, ci pone. Noi, che abbiamo tutta l’Italia davanti, quando abbiamo smesso di avere vent’anni? Perché forse è il caso di riprenderceli quei vent’anni. Se non altro, come dice Lorenzo, “per evitare di morire mentre stiamo ancora vivendo”.

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Mi chiamo Lorenzo Tocco, ho 20 anni e come molti miei coetanei lotto ogni giorno per cercare di plasmare una mia identità, ancora a metà tra l’adolescenza ed il mondo degli adulti. Io mi ritengo un fortunato per una serie di motivi di dubbia importanza per chiunque non abbia vissuto ogni attimo dei miei vent’anni. Questo mio ritenermi fortunato deriva da un irrazionale senso di invincibilità che pervade i miei pensieri, mi piace pensare che per quanto le difficoltà possano essere ardue io le affronterò fino a sconfiggerle giorno dopo giorno, magari mi romperò la schiena ma non è contemplabile il fatto che io possa uscire sconfitto. Il problema di questi (a mio avviso sacrosanti) pensieri di un ventenne è quando si accostano ad un carattere come il mio, che rende ogni vittoria una mezza sconfitta. Mi spiego meglio: le mie vittorie per me sono sempre dovute al fatto che la sfida era troppo semplice, e tutto ciò ovviamente porta a un costante bisogno di alzare il grado sfida, magari portando il mio corpo allo stremo delle sue forze, oppure cercando di fare tutto non risparmiandomi mai in nessun caso. Tutto questo continua ad alimentare una forte esaltazione del mio ego, sento davvero l’invincibilità che scorre imperterrita nelle mie vene.

   Mi chiamo Tommaso Salerno, ho 20 anni e per il mondo avrò sempre questa età. Anche io ero invincibile, anche io sono stato fortunato fino al giorno in cui sfortunatamente non sono più riuscito a salire in superficie, fino al giorno in cui i miei polmoni si sono riempiti di acqua invece che di ossigeno, e l’ultimo mio pensiero non poteva che essere stato “che sfortuna!”, come il mio primo pensiero, ancora prima di vagire non poteva che essere stato “che fortuna!”.
La vita non è un dono, è solo un maledetto susseguirsi di fortune: mamma e papà hanno deciso che il film al cinema quella sera era troppo noioso e nove mesi dopo sono nato io, quel giorno sul lago di Martignano l’epilessia ha avuto la meglio sulla mia voglia di vivere e adesso, dovunque io sia, non posso che ripensare a quella scena come a un tiro di dadi sbagliato, come a una roulette russa con il proiettile nella mia gola.

   Mi chiamo Lorenzo Tocco, ho 20 anni e non ho fatto niente di più e niente di meno di Tommy, sono stato solo più fortunato. Mi torna in mente l’età primitiva, dove gli ominidi si passavano tra le mani i carboni ardenti degli alberi appena colpiti dal fulmine perché quella era per loro l’unica fonte di riscaldamento e non sapevano come ricrearla, e se dannatamente quel carbone avesse smesso di essere incandescente avrebbero dovuto aspettare un altro fulmine per scaldarsi o per mangiare. Eccola lì la vita: un pezzo di carbone arrivato così, per puro caso, eppure talmente importante da dover bruciare costantemente affinché si possa sopravvivere.
Soffierò fino a spellarmi i polmoni per vedere quella luce arancione ancora viva e bruciante, soffierò fino al giorno in cui soffiare diventerà superfluo, perché è vero che a vent’anni si è invincibili, ma per tutta la vita “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, e forse è meglio ricordarsi ogni tanto di quanto siamo fortunati, giusto per evitare di morire mentre stiamo ancora vivendo.
Ciao Tommy.

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