I SOLITI RACCOMANDATI…

ragazzi

Qualche giorno fa leggevo un articolo dove si parlava di come, vivere con gente avvezza ai piagnistei, rischi letteralmente di spegnerti i neuroni.
Ora, ammetto di non avere alcuna competenza in neurologia (come in molte altre cose), ma effettivamente un fondo di verità ce lo vedo. Soprattutto nel nostro Paese, dove il piagnisteo e il fatalismo sono alla base della società. Ogni cosa è già scritta e organizzata da potenti entità ancestrali la cui forza va oltre la nostra immaginazione e pertanto non vale neanche la pena di lottare (con grande gioia, ovviamente, di chi non ama farlo).

Poco più di un mese fa, l’azienda, di cui ho la fortuna di essere amministratore, decide di andare a reperire alcuni ragazzi nel liceo del nostro paese per offrire loro uno stage estivo retribuito: ci siamo accorti che ci arrivano troppi curriculum di tecnici e pochi di “umanisti”: per un’azienda che lavora sul web potrebbe essere anche la normalità, ma ad oggi sulla rete serve più qualcuno che sappia scrivere ed abbia intuizioni in fatto di comunicazione piuttosto che l’ennesimo programmatore che scrive in 315 linguaggi ma non capisce l’italiano.

Iniziamo, dunque, a girare per le classi, i ragazzi rispondono bene e fanno domande, siamo tutti felici di questo, è una mattinata particolare che spezza la routine lavorativa.
Uscendo da una classe però sento un commento da uno dei ragazzi, è seduto nel primo banco a destra guardando la prof (la posizione che per anni è stata mia): è vestito in maniera semplice, ma spiccatamente intellettualoide, anche in questo mi somiglia un po’.
Ma la frase che gli esce dalla bocca è: “… figurati! I posti per gli stagisti saranno già assegnati ai soliti raccomandati…“. 
E allora no. Non ci sto più.
A parte il fatto che non sono un ente pubblico obbligato a fare concorsi fasulli per dare posti di “lavoro”, ma se devo assegnare qualche cosa, grazie a Dio, sono libero di andare da chi voglio a proporre cosa voglio e non devo prendere in giro nessuno.
Ma poi dico: “Chi ve l’ha infilato nella testa questo ragionamento??”, “Chi vi ha sbomballato le meningi al punto da non darvi neanche la forza di provare a fare qualcosa che vi piace, per il timore di incorrere nei raccomandati??“.

 Avrei dovuto dire qualcosa del genere, a quel ragazzo. Invece gli ho solo risposto: “Provaci, non costa nulla”. Non ci ha provato, e forse gli è “costato” qualcosa.

Sono venuti 30 ragazzi su circa 400, abbiamo selezionato quelli che ci hanno dato prova di essere più creativi e autonomi.
Sicuramente come tutti i selezionatori abbiamo lasciato a casa il più talentuoso, ma vi assicuro che non avevamo nessun raccomandato e nelle nostre intenzioni partivano tutti alla pari. 

Questa cosa l’abbiamo fatta ufficialmente per cercare nuovi talenti, ma un po’ anche per lanciare speranza tra i ragazzi che si sentono dire che non avranno un futuro, che non ci sono speranze lavorative e che tutti vanno a scatafascio.

Trovarsi però davanti un 17enne che rinuncia ad un bella opportunità perché pensa che ci sia sotto qualcosa, mi fa cadere un po’ le braccia: come farà il nostro Paese a rialzarsi se i nostri giovani sono talmente drogati di sfiducia da non cogliere le occasioni della vita e da preferire una frase da uomini vissuti, pur non avendo visto nulla della vita, piuttosto che buttarsi a capofitto in una nuova avventura?
Mi viene da pensare dove sarei oggi se 6 anni fa anche io avessi fatto questo ragionamento, quando mi fu proposto di partecipare ad un bando pubblico per l’avvio di nuove aziende.
Non esisterebbe la mia azienda, non avrei incontrato le persone meravigliose che sono i miei compagni di lavoro, non avrei vissuto le bellissime avventure che mi sono capitate in questi anni, non avrei subito le cocenti sconfitte che mi hanno insegnato più delle vittorie, non sarei stato obbligato a migliorarmi giorno dopo giorno per affrontare sfide sempre più importanti.

Tutto questo ha un nome: “fiducia”.
Fiducia in noi stessi, fiducia nel futuro, fiducia negli altri, fiducia nella vita. Senza di questa non si va da nessuna parte, se ogni cosa è già fatta e ogni cosa è già scritta, allora è anche finito il libro. E invece il libro va avanti e sta a noi decidere di scrivere sulle pagine invece che piangere davanti ai fogli bianchi.
Ma scrivere significa prendersi la responsabilità di quello che si scrive e, come sappiamo, la responsabilità per gli italiani è in fondo ai loro valori.
Eppure quattro ragazzi oggi stanno facendo lo stage, perché ci hanno creduto e perché si sono fidati. Passano alcune ore della meritata estate a lavorare con noi invece che starsene al lago, per provare, per migliorarsi e per divertirsi.
E allora ripartiamo da loro, senza dimenticarci però del ragazzo al primo banco: è figlio della nostra sfiducia mentre il nostro lavoro sarebbe insegnargli a crederci e se questo Paese vuole ripartire abbiamo bisogno anche di lui.

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One Comment
  1. Pier Rispondi

    E’ vero. La crisi ha sicuramente posto l’accento sul privilegio, più volgarmente detto “raccomandazione”. E’ vero che questi ragazzi probabilmente si sono visti sottrarre il futuro. Stanno studiando, forse duramente, ma senza un porto di approdo. Ed è quindi comprensibile che siano scoraggiati, demotivati e disillusi. Ma c’è un tempo per tutto. Io, che sono di una generazione (forse due) precedente alla loro, mica avevo chiaro, al tempo della scuola, che cosa volessi davvero fare. Sapevo però che mi stavo “facendo le ossa” e ho continuato a farmele anche nel momento in cui ho riposto a un annuncio sulla bacheca dell’università. Un’agenzia di comunicazione cercava “il ragazzo della rassegna stampa”. Che voleva dire sveglia alle 5 di mattina, corsa all’edicola a comprare i giornali e poi un lavoro di lettura, ritagli ecc. a “tempo indeterminato”. Nel senso che si finiva quando era finito il lavoro. Ho cominciato, ho scoperto che mi piaceva e da quel momento è iniziata la mia carriera nella comunicazione che va avanti da oltre vent’anni. Forte della mia determinazione e della sensazione di costruirmi un futuro che nessuno mi avrebbe regalato. Nel corso della mia carriera, invece, di persone con il “futuro regalato” ne ho conosciute molte. Gente blasonata, con più di un “santo in paradiso”. Alla fine io, con un biglietto del tram, un certo numero di chilometri li ho fatti. Gran parte di questi “figli di papà” sono invece ancora li, a guardare le loro nobili auto ma senza aver percorso che pochi metri. Per questo, all’inizio, ho detto “c’è un tempo per tutto”. Uno per lamentarsi (legittimamente). Uno per essere delusi e rinunciatari. Uno per reagire, ribellarsi, mettere nello zaino le proprie competenze e la cocciutaggine (che in gioventù è un gran valore) e correre a inventarsi il futuro che non è stato ricevuto per blasone. Perché il non avere qualcuno che ci apre le porte non è certo un buon motivo per non approfittare di quelle già aperte. D’altra parte non è forse questo lo spirito di Voc-Azione? Non stiamo forse mettendoci a confronto con altre persone per prenderci la responsabilità dei valori da cui vogliamo fare partire il futuro del Paese e, di conseguenza, anche il nostro?

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