Giovani e futuro

“Lavoro, ISTAT: disoccupazione per giovani sale al 35,7%”, “Giovani e futuro: gli italiani tra i più pessimisti”, “L’Europa non a misura dei giovani”, “Giovani, la paura di crescere”, “Donne e trentenni, la carne da macello del mercato del lavoro in Italia”, “L’inverno senza fine della disoccupazione giovanile”. Ogni giorno, leggendo i giornali, ci troviamo di fronte a titoli di questo tipo. Titoli che fotografano una situazione allarmante e grave e che riflettono, in parole, i numeri del Young Worker Index, un rapporto sviluppato dalla società di consulenza PwC che dal 2006 analizza il livello di occupazione, scolarizzazione e formazione professionale dei giovani tra 15 e 24 anni nei paesi Ocse, con il collegato potenziale economico. Numeri allarmanti che relegano l’Italia all’ultimo posto tra i 35 Paesi analizzati, a causa dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile – quasi il 36% a Settembre 2017 – e del preoccupante tasso di NEET (giovani che non lavorano, non studiano e non svolgono alcuna attività di formazione) – circa al 20% nel 2016 –. L’Italia non è propriamente un paese per giovani quindi. E noi giovani (anche io mi metto nella categoria!) siamo sempre più insoddisfatti, insofferenti, disillusi: lasciati ai margini spesso percepiamo il lavoro come un qualcosa di opprimente, un argomento che genera disagio.

Quando si chiede ai giovani qual è il rischio che ritengono che saranno costretti a dovere affrontare in futuro, si parla quasi sempre (e quasi esclusivamente) di lavoro. Ma il disagio della condizione lavorativa non è, dal mio punto di vista, tanto legato alla sicurezza ed alla stabilità del posto di lavoro. Il mercato del lavoro è cambiato, la tecnologia si è evoluta, sono cambiate le priorità ed il modo di percepire il lavoro stesso: non si valuta un’occupazione solo in termini economici ma si considera anche la “qualità” dell’ambiente lavorativo, la possibilità di crescere, la possibilità di essere responsabilizzati. Sono pochi ormai quei giovani che ambiscono al posto fisso: la stabilità in alcuni casi può essere percepita come immobilità, staticità, incapacità di progredire e migliorare. Siamo abituati ad un mondo che cambia rapidamente e forse proprio per questo è naturale pensare a noi stessi in continuo divenire. Emergono quindi nuovi valori, nuove necessità, come la volontà e la necessità di esprimere le proprie potenzialità, la volontà di essere ascoltati, di raggiungere i propri obiettivi e realizzare i propri sogni, qualsiasi essi siano, di imparare, di innovare, di percorrere strade nuove. Siamo ambiziosi, non possiamo garantire grande esperienza ma possiamo esprimere passione, energia, impegno. Spesso sentiamo solo il bisogno di opportunità e fiducia.

È vero, tuttavia, che si può pensare ci sia sempre qualcuno disponibile a darci un’opportunità e a credere in noi. È necessario cambiare approccio, abituarsi alle sfide, essere autonomi. Nessuno ci regala nulla, dobbiamo essere noi a lavorare sodo, a cercare la felicità e l’appagamento anche nel raggiungimento di singoli (e piccoli) traguardi, a trovare soddisfazione e gratificazione anche solo per qualche parola di supporto. È importante non arrendersi mai, reagire alle difficoltà, impegnarsi costantemente per migliorare e andare avanti. “Si chiude una porta e si apre un portone” si dice. Bisogna fare tesoro di ogni opportunità, e non lasciarsi prendere dallo sconforto di fronte agli insuccessi: del resto chi di noi non ha mai fallito? Chi non ha superato un esame, non è stato scelto per una posizione lavorativa, non è mai arrivato secondo in qualche gara? Dobbiamo convivere con il fallimento, è parte della vita, è naturale, si deve affrontare prima o poi. Pensiamo ad esempio a J. Hausofers, professore di psicologia all’università di Princeton che ha scritto un lungo elenco  dei suoi fallimenti in ambito universitario, indicando i “corsi ai quali non ho avuto accesso”, “insegnamenti che non ho ottenuto”, “premi e borse di studio che non ho vinto”, “rifiuto di pubblicazione dei miei articoli scientifici” e “fondi per la ricerca che non ho ottenuto”. Una vita piena di insuccessi, che fa riflettere sul fatto che spesso tutti noi siamo convinti di fallire a causa di nostre mancanze e lacune, senza pensare che “il mondo è basato sulle probabilità e i metodi di selezione possono essere sbagliati, le commissioni esaminatrici possono avere una giornata storta”. Spesso il nostro successo non dipende da noi: ciò che conta è la capacità di fallire e ripartire subito con un’altra idea, con un’alternativa.

I giovani hanno il futuro nelle proprie mani purché non si limitino a vivere passivamente la propria vita e le proprie esperienze ma decidano di essere protagonisti delle proprie scelte e delle proprie azioni.

 

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