Fidarsi è bene?

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Mai come di questi tempi e in Italia, si è parlato tanto di “fiducia”.

Non che ve ne sia in abbondanza. Anzi è diventata merce rara. I cittadini fanno fatica ad accordarla alla classe politica, i politici stessi – e senza mezze parole – si “sfiduciano” vicendevolmente.

E il Paese, di fatto è fermo. In preda a due spinte opposte. Da una parte quella depressiva di chi pensa che tanto e comunque non c’è nulla da fare, “che sono tutti ladri”, ecc. ecc. Dall’altra quella reattiva, ma forse anche più pericolosa, che sostituisce il valore della fiducia con la sua negazione

La fiducia, che è nasce e prospera nella relazione, smette di essere importante. Viene rimpiazzata da valori individuali quali la “scaltrezza”, l’”astuzia” e sempre più spesso il “fine giustificato da ogni mezzo”.

Ma è come se, pur da posizioni opposte, queste due forze spingessero il Paese, giorno dopo giorno sempre più vicino al bordo del crepaccio. Certo non è facile conservare la fiducia verso chi l’ha probabilmente, talvolta sistematicamente, violata e tradita. E forse non è facile neppure conservare la fiducia nelle proprie scelte (non solo elettorali o politiche) se, di fatto, e da esse che è partita la reazione a catena che ci ha portati a questo punto. Ma forse è proprio da qui che si riparte.

Dalla fiducia in se stessi. Da quella in nuove scelte capaci di innescare una nuova reazione a catena che spinga in direzione opposta a quella del crepaccio.

Per fare in modo che la “fiducia” resti ancora una scelta e non debba diventare scelta obbligata. Dato che, ormai dovremmo averlo capito, “fidarsi oggi più che bene è difficile. Ma continuare a non fidarsi è potenzialmente letale”.

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